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Domingo 21 agosto 2022, XXI Domingo del Tiempo Ordinario, ciclo C.

martes, 16 de agosto de 2022

Martes 20 septiembre 2022, Santos Andrés Kim Taegon, presbítero, Pablo Chong Hasang, y compañeros, mártires, memoria obligatoria.

SOBRE LITURGIA

SANTA MESSA PER L'AMMINISTRAZIONE DEL SACRAMENTO DELLA CONFERMAZIONE NELLA BASILICA VATICANA
OMELIA DI GIOVANNI PAOLO II

Domenica, 29 maggio 1983

“O Signore nostro Dio, quanto è grande il tuo nome su tutta la terra” (Sal 8, 2).

1. Cari fratelli e sorelle, e voi, carissimi ragazzi e ragazze che state per ricevere il sacramento della Confermazione, queste parole del Salmo responsoriale dell’odierna Liturgia ci pongono trepidanti e adoranti davanti al grande mistero della Santissima Trinità, di cui oggi celebriamo solennemente la festa. “Quanto è grande il tuo nome su tutta la terra”! Eppure l’estensione del mondo e dell’universo, per quanto sconfinato, non eguaglia, l’incommensurabile realtà della vita di Dio. Di fronte a lui occorre più che mai accogliere con umiltà l’invito del Sapiente biblico, quando ammonisce: “Il tuo cuore non si affretti a proferir parola davanti a Dio, perché Dio è in cielo e tu sei sulla terra” (Qo 5, 1).

Dio, in effetti, è l’unica realtà che sfugge alle nostre capacità di misura, di controllo; di dominio, di esauriente comprensione. Per questo è Dio: perché è lui a misurarci, a reggerci, a guidarci, e a comprenderci, anche quando non ne avessimo coscienza. Ma se questo è vero per la Divinità in genere, tanto più vale per il mistero trinitario, e cioè tipicamente cristiano, di Dio stesso. Egli è insieme Padre, Figlio e Spirito Santo. Ma non si tratta né di tre dèi separati - questo sarebbe una bestemmia - e neppure di semplici modi diversi e impersonali di presentarsi da parte di una sola persona divina: questo significherebbe impoverire radicalmente la sua ricchezza di comunione interpersonale.

Del Dio Uno e Trino noi siamo in grado di dire più quello che non è di quello che è. Del resto, se potessimo spiegarlo adeguatamente con la nostra ragione, vorrebbe dire che l’avremmo catturato e ridotto a misura della nostra mente, l’avremmo quasi imprigionato nelle maglie del nostro pensiero; ma allora, l’avremmo rimpicciolito nelle meschine dimensioni di un idolo!

2. E invece: “Quanto è grande il tuo nome su tutta la terra”! Cioè: quanto sei grande tu ai nostri occhi, quanto sei libero, quanto sei diverso!

Tuttavia, ecco la novità cristiana: il Padre ci ha tanto amati da donarci il suo Figlio unigenito; il Figlio per amore ha versato il suo sangue in nostro favore; e lo Spirito Santo addirittura, come si esprime la seconda lettura biblica odierna, “ci è stato dato” in modo tale da introdurre in noi l’amore stesso con cui Dio ci ama (cf. Rm 5, 5).

Il Dio Uno e Trino, dunque, non è solo qualcosa di diverso, di superiore, di irraggiungibile. Al contrario, il Figlio di Dio “non si vergogna di chiamarci fratelli” (Eb 2, 11), condividendo “il sangue e la carne” (Eb 2, 14) di ciascuno di noi; e, dopo la Risurrezione di Pasqua, si realizza per ogni cristiano la promessa del Signore stesso, quando disse durante l’Ultima Cena: “Verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui” (Gv 14, 23). Allora è evidente che la Trinità non è tanto un mistero per la nostra mente, quasi si trattasse soltanto di un intricato teorema. Molto di più, è un mistero per il nostro cuore (cf. 1 Gv 3, 20), poiché è un mistero d’amore. E noi non capiremo mai, non dico tanto la natura ontologica di Dio, quanto piuttosto il perché egli ci abbia amati a tal punto da identificarsi agli occhi nostri con l’Amore stesso (cf. Gv 4, 16).

3. Cari cresimandi, il Sacramento che voi ora riceverete conferma e suggella ciò che già in voi si è misteriosamente operato con il Battesimo, quando siete diventati a pieno titolo figli adottivi di Dio, cioè beneficamente inseriti nel raggio d’azione del suo amore: non solo dell’amore che egli ha per ogni essere in quanto creatore, ma soprattutto dell’amore specialissimo che egli ha dimostrato per l’uomo in Gesù Cristo in quanto redentore.

Con la Cresima voi acquisite un rapporto del tutto particolare proprio con il Signore Gesù. Di lui venite ufficialmente consacrati come testimoni davanti alla Chiesa e davanti al mondo. Egli ha bisogno di voi, e di voi vuole disporre come di ragazzi forti, lieti, generosi. In qualche modo voi gli prestate il vostro volto, il vostro cuore, la vostra persona intera, così che egli si comporterà davanti agli altri come vi comporterete voi: se sarete buoni, convinti, dediti al bene altrui, fedeli servitori del Vangelo, allora sarà Gesù stesso a fare bella figura; ma se foste fiacchi e vili, allora offuschereste la sua vera identità, e non gli fareste onore.

Vedete, dunque, che siete chiamati ad un compito altissimo, che fa di voi dei cristiani veri, completi. La Confermazione, infatti, vi introduce nell’età adulta del cristiano; cioè, vi affida e vi riconosce un tale senso di responsabilità che non è dei bambini. Il bambino non è ancora padrone di sé, dei suoi atti, della sua vita. L’adulto, invece, ha il coraggio delle proprie scelte, sa portarne le conseguenze, è capace di pagare di persona, poiché ha acquisito una tale pienezza interiore che può decidere da solo, impegnare come meglio crede la propria esistenza, e soprattutto dare amore invece di riceverlo soltanto.

4. Cari ragazzi e ragazze, tutto questo potrete farlo non da soli. Guai, se voi confidaste solo sulle vostre forze. Nessuno riesce ad essere un autentico discepolo di Cristo, se vuole esserlo da solo, di propria iniziativa e con le proprie energie. È impossibile. Si metterebbe in atto soltanto una caricatura del vero cristiano. Come non si può diventare umanamente adulti, se non c’è un nuovo e decisivo apporto della natura, così è per il cristiano ad un altro livello. Ma con la Cresima voi riceverete un’effusione e una dotazione particolare dello Spirito Santo, il quale, proprio come il vento, da cui la parola deriva, vivifica, spinge, rinfranca.

Egli è la nostra forza segreta, direi quasi la riserva inesauribile e l’energia propulsiva di tutto il nostro pensare e operare da cristiani. Egli vi dà coraggio, come agli Apostoli nel cenacolo della Pentecoste. Egli vi fa capire la verità e la bellezza delle parole di Gesù, come abbiamo letto nel Vangelo odierno tratto da san Giovanni.

Egli vi dà la vita, come ben si esprime l’apostolo Paolo (cf. 2 Cor 3, 6). Egli, infatti, è lo Spirito di Dio e lo Spirito di Cristo. E ciò significa che, venendo a voi, non viene da solo, ma porta con sé il sigillo del Padre e del Figlio Gesù. Nello stesso tempo, egli vi introduce in quel mistero trinitario, il quale, se è difficile parlarne, non per questo cessa di essere il fondamento e il timbro inconfondibile della nostra identità cristiana.

Se queste sono cose grandi, pensate che d’ora in poi, proprio in quanto adulti nella fede, voi non potete e non dovete più farne a meno.

5. Carissimi, vi auguro di tutto cuore che i vostri polmoni siano sempre pieni di questo vento dello Spirito, che oggi riceverete in abbondanza, e che permette a voi e alla Chiesa intera di respirare secondo il ritmo di Cristo stesso.

Io pregherò in special modo per tutti voi e sono lieto di impartire a voi e ai nostri cari, al termine della Messa, la mia benedizione apostolica. Il Signore sia con voi sempre e vi aiuti ad essere dei testimoni coraggiosi nella fede.

CALENDARIO

20 MARTES. SANTOS ANDRÉS KIM TAEGON, presbítero, PABLO CHONG HASANG, y compañeros, mártires, memoria obligatoria

Misa
de la memoria (rojo).
MISAL: ants. y oracs. props., Pf. común o de la memoria.
LECC.: vol. III-par.
- Prov 21, 1-6. 10-13.
Sentencias diversas.
- Sal 118. R. Guíame, Señor, por la senda de tus mandatos.
- Lc 8, 19-21. Mi madre y mis hermanos son estos: los que escuchan la palabra de Dios y la cumplen.
o bien:
cf. vol. IV.

Liturgia de las Horas: oficio de la memoria.

Martirologio: elogs. del 21 de septiembre, pág. 566.
CALENDARIOS: Córdoba y Dominicos: Beato Francisco de Posadas, presbítero (ML).
OFM Cap.: San Francisco-María de Camporroso, religioso (ML).
Zamora: Aniversario de la muerte de Mons. Gregorio Martínez Sacristán, obispo (2019).

TEXTOS MISA

20 de septiembre
Santos Andrés Kim Taegon, presbítero, Pablo Chong Hasang, y compañeros, mártires
Memoria
Mártires en Corea

Antífona de entrada
La sangre de los mártires se derramó en la tierra por Cristo, por eso han alcanzado los premios eternos.
Sanguis sanctórum mártyrum pro Christo effúsus est in terris; ídeo adépti sunt praemia sempitérna.

Monición de entrada
Hoy es la memoria de los santos Andrés Kim Taegon, presbítero, Pablo Chong Hasang, apóstol laico, y de sus compañeros, mártires en Corea entre los años 1839 y 1867. Este día se venera conjuntamente a los ciento tres mártires que en aquel país testificaron la fe cristiana, introducida por algunos laicos, y después alimentada y reafirmada por la acción de los misioneros. Entre ellos había tres obispos, ocho presbiteros y laicos de todas las edades.

Oración colecta
Oh, Dios, que te has dignado multiplicar los hijos de adopción en todo el orbe de la tierra, e hiciste que la sangre de los santos mártires Andrés y compañeros fuera semilla fecunda de cristianos, concédenos que, fortalecidos por su ayuda, avancemos continuamente siguiendo su ejemplo. Por nuestro Señor Jesucristo.
Deus, qui fílios adoptiónis in toto orbe terrárum multiplicáre dignátus es, et sánguinem beatórum mártyrum Andréæ et sociórum ubérrimum semen christianórum effecísti, concéde, ut eórum muniámur auxílio et iúgiter proficiámus exémplo. Per Dóminum.

LITURGIA DE LA PALABRA
Lecturas del Martes de la XXV semana del Tiempo Ordinario, año par (Lec. III-par).

PRIMERA LECTURA Prov 21, 1-6. 10-13
Sentencias diversas

Lectura del libro de los Proverbios.

El corazón del rey es una acequia
que el Señor canaliza adonde quiere.
El hombre juzga recto su camino,
pero el Señor pesa los corazones.
Practicar el derecho y la justicia
el Señor lo prefiere a los sacrificios.
Ojos altivos, corazón ambicioso;
faro de los malvados es el pecado.
Los planes del diligente traen ganancia;
los del hombre atolondrado, indigencia.
Tesoros ganados con boca embustera,
humo que se disipa y trampa mortal.
El malvado se afana en el mal,
nunca se apiada del prójimo.
Castigas al cínico y aprende el inexperto,
pero el sabio aprende oyendo la lección.
El honrado observa la casa del malvado
y ve cómo se hunde en la desgracia.
Quien cierra los oídos al clamor del pobre
no será escuchado cuando grite.

Palabra de Dios.
R. Te alabamos, Señor.

Salmo responsorial Sal 118, 1. 27. 30. 34. 35. 44 (R.: 35a)
R. 
Guíame, Señor, por la senda de tus mandatos.
Deduc me, Dómine, in sémitam præceptórum tuorum.

V. Dichoso el que, con vida intachable,
camina en la ley del Señor.
Instrúyeme en el camino de tus decretos,
y meditaré tus maravillas.
R. Guíame, Señor, por la senda de tus mandatos.
Deduc me, Dómine, in sémitam præceptórum tuorum.

V. Escogí el camino verdadero,
deseé tus mandamientos.
Enséñame a cumplir tu ley
y a guardarla de todo corazón.
R. Guíame, Señor, por la senda de tus mandatos.
Deduc me, Dómine, in sémitam præceptórum tuorum.

V. Guíame por la senda de tus mandatos,
porque ella es mi gozo.
R. Guíame, Señor, por la senda de tus mandatos.
Deduc me, Dómine, in sémitam præceptórum tuorum.

V. Cumpliré sin cesar tu ley,
por siempre jamás.
R. Guíame, Señor, por la senda de tus mandatos.
Deduc me, Dómine, in sémitam præceptórum tuorum.

Aleluya Lc 11, 28
R. 
Aleluya, aleluya, aleluya.
V. Bienaventurados los que escuchan la palabra de Dios y la cumplen. R.
Beáti qui áudiunt verbum Dei, et custódiunt illud.

EVANGELIO Lc 8, 19-21
Mi madre y mis hermanos son éstos: los que escuchan la palabra de Dios y la cumplen
╬ 
Lectura del santo Evangelio según san Lucas.
R. Gloria a ti, Señor.

En aquel tiempo, vinieron a Jesús su madre y sus hermanos, pero con el gentío no lograban llegar hasta él. Entonces le avisaron:
«Tu madre y tus hermanos están fuera y quieren verte».
Él respondió diciéndoles:
«Mi madre y mis hermanos son estos: los que escuchan la palabra de Dios y la cumplen».

Palabra del Señor.
R. Gloria a ti, Señor Jesús.

Papa Francisco, Homilía en santa Marta 26-septiembre-2017
Los que escuchan la Palabra de Dios y la ponen por obra: este es el concepto de familia para Jesús, una familia más amplia que aquella en la que se viene al mundo. Es la enseñanza del Evangelio que acabamos de escuchar (cfr. Lc 8, 19-21), donde es el mismo Señor quien llama madre, hermanos y familia a los que le rodean y le escuchan en su predicación. Y esto nos lleva a pensar en el concepto de familiaridad con Dios y con Jesús, que es algo más que ser discípulos o amigos; no es una actitud formal, ni educada, ni mucho menos diplomática. Entonces, ¿qué significa esta palabra que los padres espirituales de la Iglesia han usado tanto y nos han enseñado?
Significa, ante todo, entrar en la casa de Jesús: entrar en esa atmósfera, respirar la atmósfera que hay en la casa de Jesús. Vivir ahí, contemplar, ser libres, allí. Porque los hijos son libres: los que viven en la casa del Señor son los libres, los que tienen familiaridad con Él son los libres. Los otros, usando palabras de la Biblia, son los hijos de la esclava (cfr. Ga 4, 31), digamos así, son cristianos, pero no osan acercarse, no se atreven a tener esa familiaridad con el Señor, y siempre hay una distancia que los separa del Señor. 

Oración de los fieles
Ferias del Tiempo Ordinario XLV

Oremos, hermanos, por todo el pueblo santo de Dios.
- Para que introduzca en la plenitud de su santa Iglesia a los no cristianos y a los no creyentes. Roguemos al Señor.
- Para que inspire a los gobernantes pensamientos de servicio y entrega al bien común. Roguemos al Señor.
- Para que libre al mundo del hambre, del paro y de la guerra. Roguemos al Señor.
- Para que conceda a nuestra ciudad (nuestro pueblo) la paz, la justicia, la libertad y el bienestar. Roguemos al Señor.
- Para que acoja siempre nuestra oración. Roguemos al Señor.
Oh, Dios, que sabes que la vida del hombre está sujeta a tanta necesidad:escucha las preces de los que te suplican y cumple los anhelos de los que ponen en ti toda su esperanza. Por Jesucristo, nuestro Señor.

Oración sobre las ofrendas
Dios todopoderoso, mira con bondad la ofrenda de tu pueblo y, por la intercesión de los santos mártires, transfórmanos en sacrificio agradable a ti, para la salvación de todo el mundo. Por Jesucristo, nuestro Señor.
Obláta pópuli tui réspice propítius, omnípotens Deus, et beatórum mártyrum intercessióne concéde, nos ipsos sacrifícium tibi acceptábile in totíus éffici mundi salútem. Per Christum.

PREFACIO II DE LOS SANTOS MÁRTIRES
LAS MARAVILLAS DE DIOS EN LA VICTORIA DE LOS MÁRTIRES
En verdad es justo y necesario, es nuestro deber y salvación darte gracias siempre y en todo lugar, Señor, Padre santo, Dios todopoderoso y eterno.
Porque tú eres ensalzado en la alabanza de tus santos y, cuanto pertenece a su pasión, es obra admirable de tu poder: tú, bondadosamente, otorgas el ardor de su fe, das firmeza en la perseverancia y concedes la victoria en el combate, por Cristo, Señor nuestro.
Por eso, Señor, tus criaturas del cielo y de la tierra te adoran, cantando un cántico nuevo, y también nosotros, con todo el ejército de los ángeles, te aclamamos por siempre diciendo:

Vere dignum et iustum est, aequum et salutáre, nos tibi semper et ubíque grátias ágere: Dómine, sancte Pater, omnípotens aetérne Deus:
Quóniam tu magnificáris in tuórum laude Sanctórum, et quidquid ad eórum pértinet passiónem, tuae sunt ópera miránda poténtiae: qui huius fídei tríbuis cleménter ardórem, qui súggeris perseverántiae firmitátem, qui largíris in agóne victóriam, per Christum Dóminum nostrum.
Propter quod caeléstia tibi atque terréstria cánticum novum cóncinunt adorándo, et nos cum omni exércitu Angelórum proclamámus, sine fine dicéntes:

Santo, Santo, Santo....

PLEGARIA EUCARÍSTICA III

Antífona de la Comunión Cf. Mt 10, 32
A quien se declare por mí ante los hombres, yo también me declararé por él ante mi Padre que está en los cielos, dice el Señor.
Omnis qui confitébitur me coram homínibus, confitébor et ego eum coram Patre meo, qui est in caelis, dicit Dóminus.

Oración después de la comunión
Alimentados con el Pan de los fuertes, en la celebración de los santos mártires, te pedimos humildemente, Señor, que, unidos con fidelidad a Cristo, trabajemos en la Iglesia por la salvación de todos. Por Jesucristo, nuestro Señor.
Fórtium esca enutríti, in celebratióne beatórum mártyrum, te, Dómine, supplíciter exorámus, ut, Christo fidéliter inhaeréntes, in Ecclésia ad salútem ómnium operémur. Per Christum.

MARTIROLOGIO

Elogios del día 21 de septiembre
F
iesta de san Mateo, apóstol y evangelista, llamado antes Leví, que, al ser invitado por Jesús para seguirle, dejó su oficio de publicano o recaudador de impuestos y, elegido entre los apóstoles, escribió un evangelio en que se proclama principalmente que Jesucristo es hijo de David, hijo de Abrahán, con lo que, de este modo, se da plenitud al Antiguo Testamento
2. Conmemoración de san Jonás, profeta, hijo de Amitay (2Re 14, 25), cuyo nombre lleva un libro del Antiguo Testamento, y cuya conocida expulsión del vientre del cetáceo es presentada en el propio Evangelio como signo de la Resurrección del Señor (Mt 12, 40).
3. En Grecia, conmemoración de san Cuadrado, discípulo de los apóstoles, que, según tradición, en la persecución desencadenada bajo el emperador Adriano, congregó con su fidelidad y laboriosidad a la Iglesia dispersa por el terror, escribiendo un libro —que dio al mismo emperador— en defensa de la religión cristiana, digno de la doctrina apostólica. (s. II)
4. En Roma, en la vía Salaria Antigua, san Pánfilo, mártir(s. inc.)
5. También en Roma, en la vigésima milla de la vía Claudia, en el lugar de Baccanas, san Alejandro, mártir. (s. inc.)
6. En Gaza, en Palestina, santos Eusebio, Nestabi y Zenón, mártires y hermanos, que en tiempo del emperador Juliano el Apóstata fueron despedazados y muertos por el populacho gentil. Con ellos sufrió el martirio san Néstor, a consecuencia de las heridas recibidas. (362)
7*. En Apt, lugar de Provenza, en la actual Francia, san Cástor, obispo, que, deseando dar a conocer a los hermanos de un nuevo monasterio la vida de los monjes, pidió a san Juan Casiano que redactase las célebres Colaciones sobre los ascetas de Egipto. (c. 420)
8*. En el monasterio de Llandcarfan, en Cambria meridional, en el  actual Reino Unido, san Cadoc, abad, bajo cuya autoría también fueron fundados muchos monasterios en la región de Cornualles, en Inglaterra, y en Bretaña Menor. (s. VI)
9*. En el monasterio de Ettenheim, en la región de Baden, en Germania, hoy Alemania, san Landelino, monje, oriundo de Irlanda. (s. VII)
10*. En Tronchiennes, en Flandes, región de Austrasia, actual Bélgica, san Gerulfo, mártir adolescente. (c. 750)
11*. En Troyes, a orillas del Sena, en la Galia Lugdunense, hoy Francia, santa Maura, virgen, dedicada a obras de piedad y caridad. (c. 850)
12*. En Pesaro, en el Piceno,actual región de Las Marcas, en Italia, beato Marcos de Módena Scalabrini, presbítero de la Orden de Predicadores, que atrajo a muchos errantes al camino de la santidad. (1498)
13. En la ciudadela de Quáng-Tri, en Annam, actual Vietnam, pasión de los santos Francisco Jaccard, presbítero de la Sociedad de Misiones Extranjeras de París, y Tomás Tramm Van Thiên, mártires, que sufrieron cárcel y azotes por Cristo, finalmente ahorcados en tiempo del emperador Minh Mang. (1838)
14. En Sai-Nam-Hte, en Corea, pasión de los santos mártires Lorenzo Imbert, obispo, Pedro Maubant y Jacobo Chastan, presbíteros de la Sociedad de Misiones Extranjeras de París, los cuales, por salvar la vida de sus cristianos, se ofrecieron a los soldados de guardia hasta ser asesinados a espada. (1839)
15*. En Benisoda, en la provincia de Valencia, en España, beatos mártires Vicente Galvis Gironés, padre de familia, y Manuel Torró García, que configurados a la pasión de Cristo, a quien adoraron, le imitaron con el triunfo del martirio. (1936)

Papa Benedicto XVI, Audiencia general: "Munus docendi" (14-abril-2010)

BENEDICTO XVI
AUDIENCIA GENERAL

Plaza de San Pedro. Miércoles 14 de abril de 2010

Munus docendi

Queridos amigos:

En este periodo pascual, que nos conduce a Pentecostés y que nos encamina también a las celebraciones de clausura de este Año Sacerdotal, programadas para el 9, 10 y 11 de junio próximo, quiero dedicar aún algunas reflexiones al tema del Ministerio ordenado, comentando la realidad fecunda de la configuración del sacerdote a Cristo Cabeza, en el ejercicio de los tria munera que recibe, es decir, de los tres oficios de enseñar, santificar y gobernar.

Para comprender lo que significa que el sacerdote actúa in persona Christi Capitis —en la persona de Cristo Cabeza—, y para entender también las consecuencias que derivan de la tarea de representar al Señor, especialmente en el ejercicio de estos tres oficios, es necesario aclarar ante todo lo que se entiende por «representar». El sacerdote representa a Cristo. ¿Qué quiere decir «representar» a alguien? En el lenguaje común generalmente quiere decir recibir una delegación de una persona para estar presente en su lugar, para hablar y actuar en su lugar, porque aquel que es representado está ausente de la acción concreta. Nos preguntamos: ¿El sacerdote representa al Señor de la misma forma? La respuesta es no, porque en la Iglesia Cristo no está nunca ausente; la Iglesia es su cuerpo vivo y la Cabeza de la Iglesia es él, presente y operante en ella. Cristo no está nunca ausente; al contrario, está presente de una forma totalmente libre de los límites del espacio y del tiempo, gracias al acontecimiento de la Resurrección, que contemplamos de modo especial en este tiempo de Pascua.

Por lo tanto, el sacerdote que actúa in persona Christi Capitis y en representación del Señor, no actúa nunca en nombre de un ausente, sino en la Persona misma de Cristo resucitado, que se hace presente con su acción realmente eficaz. Actúa realmente y realiza lo que el sacerdote no podría hacer: la consagración del vino y del pan para que sean realmente presencia del Señor, y la absolución de los pecados. El Señor hace presente su propia acción en la persona que realiza estos gestos. Estos tres oficios del sacerdote —que la Tradición ha identificado en las diversas palabras de misión del Señor: enseñar, santificar y gobernar— en su distinción y en su profunda unidad son una especificación de esta representación eficaz. Esas son en realidad las tres acciones de Cristo resucitado, el mismo que hoy en la Iglesia y en el mundo enseña y así crea fe, reúne a su pueblo, crea presencia de la verdad y construye realmente la comunión de la Iglesia universal; y santifica y guía.

El primer oficio del que quisiera hablar hoy es el munus docendi, es decir, el de enseñar. Hoy, en plena emergencia educativa, el munus docendi de la Iglesia, ejercido concretamente a través del ministerio de cada sacerdote, resulta particularmente importante. Vivimos en una gran confusión sobre las opciones fundamentales de nuestra vida y los interrogantes sobre qué es el mundo, de dónde viene, a dónde vamos, qué tenemos que hacer para realizar el bien, cómo debemos vivir, cuáles son los valores realmente pertinentes. Con respecto a todo esto existen muchas filosofías opuestas, que nacen y desaparecen, creando confusión sobre las decisiones fundamentales, sobre cómo vivir, porque normalmente ya no sabemos de qué y para qué hemos sido hechos y a dónde vamos. En esta situación se realiza la palabra del Señor, que tuvo compasión de la multitud porque eran como ovejas sin pastor (cf. Mc 6, 34). El Señor hizo esta constatación cuando vio los miles de personas que le seguían en el desierto porque, entre las diversas corrientes de aquel tiempo, ya no sabían cuál era el verdadero sentido de la Escritura, qué decía Dios. El Señor, movido por la compasión, interpretó la Palabra de Dios —él mismo es la Palabra de Dios—, y así dio una orientación. Esta es la función in persona Christi del sacerdote: hacer presente, en la confusión y en la desorientación de nuestro tiempo, la luz de la Palabra de Dios, la luz que es Cristo mismo en este mundo nuestro. Por tanto, el sacerdote no enseña ideas propias, una filosofía que él mismo se ha inventado, encontrado, o que le gusta; el sacerdote no habla por sí mismo, no habla para sí mismo, para crearse admiradores o un partido propio; no dice cosas propias, invenciones propias, sino que, en la confusión de todas las filosofías, el sacerdote enseña en nombre de Cristo presente, propone la verdad que es Cristo mismo, su palabra, su modo de vivir y de ir adelante. Para el sacerdote vale lo que Cristo dijo de sí mismo: «Mi doctrina no es mía» (Jn 7, 16); es decir, Cristo no se propone a sí mismo, sino que, como Hijo, es la voz, la Palabra del Padre. También el sacerdote siempre debe hablar y actuar así: «Mi doctrina no es mía, no propago mis ideas o lo que me gusta, sino que soy la boca y el corazón de Cristo, y hago presente esta doctrina única y común, que ha creado a la Iglesia universal y que crea vida eterna».

Este hecho, es decir, que el sacerdote no inventa, no crea ni proclama ideas propias en cuanto que la doctrina que anuncia no es suya, sino de Cristo, no significa, por otra parte, que sea neutro, casi como un portavoz que lee un texto que quizá no hace suyo. También en este caso vale el modelo de Cristo, que dijo: «Yo no vengo de mí mismo y no vivo para mí mismo, sino que vengo del Padre y vivo para el Padre». Por ello, en esta profunda identificación, la doctrina de Cristo es la del Padre y él mismo es uno con el Padre. El sacerdote que anuncia la palabra de Cristo, la fe de la Iglesia y no sus propias ideas, debe decir también: yo no vivo de mí y para mí, sino que vivo con Cristo y de Cristo, y por ello lo que Cristo nos ha dicho se convierte en mi palabra aunque no es mía. La vida del sacerdote debe identificarse con Cristo y, de esta forma, la palabra no propia se convierte, sin embargo, en una palabra profundamente personal. San Agustín, sobre este tema, hablando de los sacerdotes, dijo: «Y nosotros, ¿qué somos? Ministros (de Cristo), sus servidores; porque lo que os distribuimos no es nuestro, sino que lo sacamos de su reserva. Y también nosotros vivimos de ella, porque somos siervos como vosotros» (Discurso 229/e, 4).

La enseñanza que el sacerdote está llamado a ofrecer, las verdades de la fe, deben ser interiorizadas y vividas en un intenso camino espiritual personal, para que así realmente el sacerdote entre en una profunda comunión interior con Cristo mismo. El sacerdote cree, acoge y trata de vivir, ante todo como propio, lo que el Señor ha enseñado y la Iglesia ha transmitido, en el itinerario de identificación con el propio ministerio del que san Juan María Vianney es testigo ejemplar (cf. Carta para la convocatoria del Año sacerdotal). «Unidos en la misma caridad —afirma también san Agustín— todos somos oyentes de aquel que es para nosotros en el cielo el único Maestro» (Enarr. in Ps. 131, 1, 7).

La voz del sacerdote, en consecuencia, a menudo podría parecer una «voz que grita en el desierto» (Mc 1, 3), pero precisamente en esto consiste su fuerza profética: en no ser nunca homologado, ni homologable, a una cultura o mentalidad dominante, sino en mostrar la única novedad capaz de realizar una renovación auténtica y profunda del hombre, es decir, que Cristo es el Viviente, es el Dios cercano, el Dios que actúa en la vida y para la vida del mundo y nos da la verdad, la manera de vivir.

En la preparación esmerada de la predicación festiva, sin excluir la ferial, en el esfuerzo de formación catequética, en las escuelas, en las instituciones académicas y, de manera especial, a través del libro no escrito que es su propia vida, el sacerdote es siempre «docente», enseña. Pero no con la presunción de quien impone verdades propias, sino con la humilde y alegre certeza de quien ha encontrado la Verdad, ha sido aferrado y transformado por ella, y por eso no puede menos de anunciarla. De hecho, el sacerdocio nadie lo puede elegir para sí; no es una forma de alcanzar seguridad en la vida, de conquistar una posición social: nadie puede dárselo, ni buscarlo por sí mismo. El sacerdocio es respuesta a la llamada del Señor, a su voluntad, para ser anunciadores no de una verdad personal, sino de su verdad.

Queridos hermanos sacerdotes, el pueblo cristiano pide escuchar de nuestras enseñanzas la genuina doctrina eclesial, que les permita renovar el encuentro con Cristo que da la alegría, la paz, la salvación. La Sagrada Escritura, los escritos de los Padres y de los Doctores de la Iglesia, el Catecismo de la Iglesia católica constituyen, a este respecto, puntos de referencia imprescindibles en el ejercicio del munus docendi, tan esencial para la conversión, el camino de fe y la salvación de los hombres. «Ordenación sacerdotal significa: ser sumergidos (...) en la Verdad» (Homilía en la Misa Crismal, 9 de abril de 2009), esa Verdad que no es simplemente un concepto o un conjunto de ideas que transmitir y asimilar, sino que es la Persona de Cristo, con la cual, por la cual y en la cual vivir; así, necesariamente, nace también la actualidad y la comprensibilidad del anuncio. Sólo esta conciencia de una Verdad hecha Persona en la encarnación del Hijo justifica el mandato misionero: «Id por todo el mundo y proclamad la buena nueva a toda la creación» (Mc 16, 15). Sólo si es la Verdad está destinado a toda criatura, no es una imposición de algo, sino la apertura del corazón a aquello por lo que ha sido creado.

Queridos hermanos y hermanas, el Señor ha confiado a los sacerdotes una gran tarea: ser anunciadores de su Palabra, de la Verdad que salva; ser su voz en el mundo para llevar aquello que contribuye al verdadero bien de las almas y al auténtico camino de fe (cf. 1 Co 6, 12). Que san Juan María Vianney sea ejemplo para todos los sacerdotes. Era hombre de gran sabiduría y fortaleza heroica para resistir a las presiones culturales y sociales de su tiempo a fin de llevar las almas a Dios: sencillez, fidelidad e inmediatez eran las características esenciales de su predicación, transparencia de su fe y de su santidad. Así el pueblo cristiano quedaba edificado y, como sucede con los auténticos maestros de todos los tiempos, reconocía en él la luz de la Verdad. Reconocía en él, en definitiva, lo que siempre se debería reconocer en un sacerdote: la voz del buen Pastor.

lunes, 15 de agosto de 2022

Lunes 19 septiembre 2022, Lunes de la XXV semana del Tiempo Ordinario, feria o san Jenaro, obispo y mártir, memoria libre.

SOBRE LITURGIA

VISITA PASTORALE IN LOMBARDIA
SANTA MESSA CONCLUSIVA DEL XX CONGRESSO EUCARISTICO NAZIONALE
OMELIA DI GIOVANNI PAOLO II

Milano - Domenica, 22 maggio 1983

“Manda il tuo Spirito, o Signore, a rinnovare la terra!”.

1. Così grida la Chiesa nella liturgia della solennità di Pentecoste. Così grida la Chiesa che è in Milano, la Chiesa che custodisce assiduamente il patrimonio di sant’Ambrogio, di san Carlo e di tante generazioni del Popolo di Dio, raccolto intorno al suoi grandi Pastori.

Manda il tuo Spirito, Signore, a rinnovare la terra!

Così grida oggi la Chiesa in tutta l’Italia, qui riunita per celebrare il suo Congresso Eucaristico. È, infatti, il XX Congresso Nazionale Eucaristico d’Italia, che trova la sua definitiva manifestazione in questo Santo Sacrificio, celebrato nella festa di Pentecoste.

Ringrazio Dio onnipotente di avere la gioia di compiere, come Vescovo di Roma, insieme con voi, venerati e cari fratelli e sorelle, a conclusione del Congresso, questo atto di lode e di adorazione della Santissima Trinità: del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo.

2. Potente è il soffio della Pentecoste. Esso eleva, nella forza dello Spirito Santo, la terra e tutto il mondo creato a Dio, per mezzo del quale esiste tutto ciò che esiste. Perciò, noi cantiamo insieme col salmista: “Quanto sono grandi, Signore, le tue opere! / La terra è piena delle tue creature” (Sal 104, 24).

Guardiamo l’orbe terrestre, abbracciamo l’immensità del creato e continuiamo a proclamare col salmista: “Se . . . togli loro il respiro, muoiono / e ritornano nella loro polvere. / Mandi il tuo spirito, sono creati / e rinnovi la faccia della terra” (Sal 104, 29-30).

Professiamo la potenza dello Spirito nell’opera della creazione: il mondo visibile ha il suo inizio nell’invisibile Sapienza, Onnipotenza e Amore. E perciò noi desideriamo parlare alle creature con la parola che esse udirono dal loro Creatore all’inizio, quando egli vide che erano “cosa buona”, “molto buona”. E perciò noi cantiamo: “Benedici il Signore, anima mia: / Signore, mio Dio, quanto sei grande! . . . / La gloria del Signore sia per sempre; / gioisca il Signore delle sue opere” (Sal 104, 1.31).

3. Nel tempio grande e immenso della creazione desideriamo festeggiare oggi la nascita della Chiesa. Proprio perciò noi ripetiamo: “Manda il tuo Spirito, Signore, a rinnovare la faccia della terra!”.

E ripetiamo queste parole riunendoci nel cenacolo della Pentecoste: là, infatti, lo Spirito Santo discese sugli apostoli, raccolti insieme con la Madre di Cristo, e là nacque la Chiesa per servire il rinnovamento della faccia della terra.

Contemporaneamente tra tutte le creature, che diventano opera delle mani umane, noi scegliamo il Pane e il Vino. Li portiamo all’altare. Infatti, la Chiesa, nata nel giorno della Pentecoste dalla potenza dello Spirito Santo, nasce costantemente dall’Eucaristia, nella quale il pane e il vino diventano il Corpo e il Sangue del Redentore. E anche ciò avviene grazie alla potenza dello Spirito Santo.

4. Ci troviamo nel cenacolo di Gerusalemme nel giorno della Pentecoste. Ma contemporaneamente la liturgia di questa Solennità ci conduce allo stesso cenacolo “la sera del giorno della Risurrezione”. Proprio là, benché le porte fossero chiuse, tra i discepoli riuniti e ancora timorosi venne Gesù.

Dopo aver mostrato loro le mani e il costato, come prova che era lo stesso che era stato crocifisso, egli disse loro: “Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi. Dopo aver detto questo, alitò su di loro e disse: Ricevete lo Spirito Santo; a chi rimetterete i peccati saranno rimessi, e a chi non li rimetterete, resteranno non rimessi” (Gv 20, 21-23).

Così, dunque, la sera del giorno della Risurrezione gli apostoli, racchiusi nel silenzio del cenacolo, avevano ricevuto lo stesso Spirito Santo, che discese su di loro dopo cinquanta giorni, affinché, ispirati dalla sua potenza, divenissero testimoni della nascita della Chiesa: “Nessuno può dire Gesù è il Signore, se non sotto l’azione dello Spirito Santo” (1 Cor 12, 3).

La sera del giorno della Risurrezione gli apostoli, per la potenza dello Spirito Santo, confessarono con tutto il cuore: “Gesù è il Signore”; ed è la stessa verità che, a partire dal giorno della Pentecoste, essi hanno proclamato a tutto il popolo, fino allo spargimento del sangue.

5. Quando gli apostoli hanno creduto e confessato col cuore che “Gesù è il Signore”, la potenza dello Spirito Santo ha consegnato nelle loro mani l’Eucaristia - il Corpo e il Sangue del Signore -; quell’Eucaristia che nello stesso cenacolo, durante l’ultima cena, Cristo aveva loro affidato, prima della sua passione.

Disse allora, mentre dava loro il pane: “Prendete, e mangiatene tutti: questo è il mio corpo, offerto in sacrificio per voi”.

E di seguito, dando loro il calice del vino disse: “Prendete e bevetene tutti: questo è il calice del mio sangue per la nuova ed eterna alleanza, versato per voi e per tutti in remissione dei peccati”. E, dopo aver detto questo, aggiunse: “Fate questo in memoria di me”.

Quando arrivò il giorno del venerdì santo, e poi del sabato, le parole misteriose dell’ultima cena si compirono mediante la passione di Cristo. Ecco, il suo Corpo era stato dato. Ecco, il suo Sangue era stato versato. E quando Cristo risorto stette in mezzo agli apostoli nella sera di Pasqua, i loro cuori batterono, sotto il soffio dello Spirito Santo, con un nuovo ritmo di fede.

Ecco, sta davanti a loro il Risorto!

Ecco, Gesù è il Signore.

Ecco, Gesù il Signore ha dato loro il suo Corpo come pane e il suo Sangue come vino, “per la remissione dei peccati”.

Ha dato loro l’Eucaristia.

Ecco, il Risorto dice adesso: “Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi”. Ecco, li manda nella potenza dello Spirito Santo con la parola dell’Eucaristia e con il segno dell’Eucaristia, giacché realmente ha detto: “Fate questo in memoria di me”.

“Gesù Cristo è Signore”. Ecco, manda loro, gli apostoli, con l’eterna memoria del suo Corpo e del suo Sangue, col Sacramento della sua Morte e della sua Risurrezione: egli, Gesù Cristo, Signore e Pastore del suo gregge per tutti i tempi.

6. La Chiesa nasce il giorno della Pentecoste. Essa nasce sotto il potente soffio del Santissimo Spirito, il quale ordina agli apostoli di uscire dal cenacolo e di intraprendere la loro missione.

La sera della Risurrezione Cristo disse loro: “Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi”. La mattina della Pentecoste lo Spirito Santo fa sì che essi intraprendano questa missione. Così essi vanno in mezzo agli uomini e si mettono in cammino per il mondo.

Prima che ciò avvenisse, il mondo - il mondo umano - era entrato nel cenacolo. Poiché ecco: “Essi furono tutti pieni di Spirito Santo e cominciavano a parlare in altre lingue, come lo Spirito dava loro il potere di esprimersi (At 2, 4). Con questo dono delle lingue è entrato insieme nel cenacolo il mondo degli uomini, che parlano le varie lingue, e ai quali bisogna parlare in varie lingue per essere compresi nell’annuncio delle “grandi opere di Dio” (At 2, 11).

Dunque, nel giorno della Pentecoste è nata la Chiesa, sotto il potente soffio dello Spirito Santo. Essa è nata, in un certo senso, in tutto il mondo abitato dagli uomini, che parlano diverse lingue. È nata per andare in tutto il mondo ammaestrando, con le diverse lingue, tutte le nazioni. È nata perché, ammaestrando gli uomini e le nazioni, essa nasca sempre di nuovo mediante la parola del Vangelo; perché nasca sempre di nuovo in essi nello Spirito Santo, dalla potenza sacramentale dell’Eucaristia.

Tutti coloro che accolgono la parola del Vangelo, tutti coloro che si nutrono del Corpo e del Sangue di Cristo nell’Eucaristia sotto il soffio dello Spirito Santo professano: “Gesù è il Signore” (1 Cor 12, 3).

7. E così, sotto il soffio dello Spirito Santo, iniziando dalla Pentecoste di Gerusalemme, cresce la Chiesa. In essa vi sono diversità “di carismi”, e diversità “di ministeri”, e diversità “di operazioni”, ma “uno solo è lo Spirito”, ma “uno solo è il Signore”, ma “uno solo è Dio”, “che opera tutto in tutti” (1 Cor 12, 4-6).

In ogni uomo, in ogni comunità umana, in ogni paese, lingua e nazione, in ogni generazione, la Chiesa viene di nuovo concepita e di nuovo cresce. E cresce come corpo, perché, come il corpo unisce in uno molte membra, molti organi, molte cellule, così la Chiesa unisce in uno con Cristo molti uomini.

La molteplicità si manifesta, per opera dello Spirito Santo, nell’unità, e l’unità contiene in sé la molteplicità: “In realtà noi tutti siamo stati battezzati in un solo Spirito per formare un solo corpo . . ., e tutti ci siamo abbeverati a un solo Spirito” (1 Cor 12, 13).

E alla base di questa unità spirituale, che nasce e si manifesta ogni giorno sempre di nuovo, è il Sacramento del Corpo e del Sangue, il grande memoriale della Croce e della Risurrezione, il Segno della nuova ed eterna alleanza, che Cristo stesso ha messo nelle mani degli apostoli e ha posto a fondamento della loro missione.

Nella potenza dello Spirito Santo si costruisce la Chiesa come Corpo mediante il Sacramento del Corpo. Nella potenza dello Spirito Santo si costruisce la Chiesa come popolo della nuova alleanza mediante il Sangue delta nuova ed eterna alleanza.

È inesauribile, nello Spirito Santo, la potenza vivificante di questo Sacramento. La Chiesa vive di esso, nello Spirito Santo, con la vita stessa del suo Signore. “Gesù è Signore”.

8. Oggi, in questa Solennità di Pentecoste, nell’Anno Giubilare della Redenzione 1983, nell’illustre città di Milano si trova raccolto il cenacolo della nostra fede. È il cenacolo della Pentecoste, ma è, in pari tempo, il cenacolo stesso dell’incontro pasquale di Cristo con gli apostoli, è il cenacolo stesso del Giovedì Santo.

Ci siamo riuniti, quindi, nel cenacolo per accogliere nuovamente la testimonianza di tutti i grandi misteri divini, che nel cenacolo ebbero inizio. Per accogliere la testimonianza, e per rendere testimonianza all’Eucaristia e alla nascita della Chiesa. Per dare unità, mediante il cenacolo, a questa testimonianza.

Un giorno venne al cenacolo della Pentecoste tutto il mondo attraverso il dono delle lingue: fu come una grande sfida per la Chiesa, grido per l’Eucaristia e domanda dell’Eucaristia.

Oggi al cenacolo del Congresso Eucaristico, nella nobile città di Milano, viene prima di tutto l’Italia: viene tutta l’Italia. Non soltanto la Lombardia: ma anche il Piemonte, le tre Venezie e la Liguria; anche la Romagna e l’Emilia; anche l’Umbria e la Toscana, il Lazio e le Marche; anche tutto il Meridione: la Campania, gli Abruzzi e il Molise, la Puglia, la Calabria, la Basilicata. Vengono, infine, le Isole: la Sicilia e la Sardegna, e le altre più piccole sparse sui mari. Tutta l’Italia dalle coste dell’Adriatico e del mare Tirreno attraverso il golfo di Genova e di Venezia, tutta l’Italia lungo gli Appennini, attraverso la valle del Po fino alle alte catene delle Dolomiti e delle Alpi, è qui spiritualmente raccolta.

Animata dal soffio potente della Pentecoste, questa terra italiana annuncia da generazioni e generazioni, quasi da duemila anni, le grandi opere di Dio. Essa annuncia l’Eucaristia, dalla quale nasce la Chiesa.

L’annuncia con particolare solennità in questo giorno nel quale, stringendosi intorno al Sacramento dell’altare in questa celebrazione conclusiva del Congresso Nazionale, presenta al fedeli il Documento sull’Eucaristia elaborato da suoi Vescovi e da essi proprio oggi pubblicato, con l’augurio che ogni comunità cristiana “dall’Eucaristia accolga la rivelazione dell’amore di Dio, la letizia dell’unità fraterna, il coraggio della speranza per essere con Cristo pane spezzato per la vita del mondo”.

La Chiesa diventa, mediante l’Eucaristia, la misura della vita e la sorgente della missione di tutto il Popolo di Dio, che è venuto oggi al cenacolo parlando con la lingua degli uomini contemporanei.

Nell’Eucaristia viene iscritto ciò che di più profondo ha la vita di ogni uomo: la vita del padre, della madre, del bambino e dell’anziano, del ragazzo e della ragazza, del professore e dello studente, dell’agricoltore e dell’operaio, dell’uomo colto e dell’uomo semplice, della religiosa e del sacerdote. Di ciascuno senza eccezioni. Ecco, la vita dell’uomo viene inscritta, mediante l’Eucaristia, nel mistero del Dio vivente. In questo mistero - come nell’eterno Libro della Vita - l’uomo oltrepassa i limiti della contemporaneità, avviandosi verso la speranza della vita eterna. Ecco, la Chiesa del Verbo Incarnato fa nascere, mediante l’Eucaristia, gli abitanti dell’eterna Gerusalemme.

9. Ti rendiamo grazie, o Cristo!

Ti rendiamo grazie, perché nell’Eucaristia accogli noi, indegni, mediante la potenza dello Spirito Santo nell’unità del tuo Corpo e del tuo Sangue, nell’unità della tua Morte e della tua Risurrezione.

“Gratias agamus Domino Deo Nostro!”.

Ti rendiamo grazie, o Cristo! Ti rendiamo grazie, perché permetti alla Chiesa di nascere sempre nuovamente su questa terra e perché le permetti di generare figli e figlie di questa terra come figli dell’adozione divina ed eredi dei destini eterni.

“Gratias agamus Domino Deo Nostro!”.

Ti rendiamo grazie noi tutti, riuniti da tutta l’Italia, mediante questo Congresso Eucaristico. Accogli il nostro ringraziamento comunitario. O Cristo! Ti preghiamo di stare in mezzo a noi, come la sera di Pasqua ti ritrovasti fra gli apostoli del cenacolo; ti preghiamo di dire ancora una volta: “Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi” (Gv 20, 21).

E dona a queste parole il soffio potente della Pentecoste!

Fa’ che noi rimaniamo fedeli a queste parole!

Fa’ che noi siamo dovunque tu ci mandi . . ., perché il Padre ha mandato te.

CALENDARIO

19 LUNES DE LA XXV SEMANA DEL T. ORDINARIO, feria o SAN JENARO, obispo y mártir, memoria libre

Misa
de feria (verde) o de la memoria (rojo).
MISAL: para la feria cualquier formulario permitido (véase pág. 67, n. 5) / para la memoria 1.ª orac. prop. y el resto del común de mártires (para un mártir) o de pastores (para un obispo), o de un domingo del T.O.; Pf. común o de la memoria.
LECC.: vol. III-par.
- Prov 3, 27-34.
El Señor detesta al perverso.
- Sal 14. R. El justo habite en tu monte santo, Señor.
- Lc 8, 16-18. La lámpara se pone en el candelero para que los que entren vean la luz.
o bien:
cf. vol. IV.

Liturgia de las Horas: oficio de feria o de la memoria.

Martirologio: elogs. del 20 de septiembre, pág. 564.
CALENDARIOS: Sagrada Familia de Villefranche: Santa Emilia de Rodat (S).
Misioneros de Nuestra Señora de la Saleta: Nuestra Señora de la Saleta (S).
Mercedarias: Santa María de Cervelló, virgen (F). Barcelona y Mercedarios: (MO). Sant Feliu de Llobregat y Terrassa: (ML).
Calahorra y La Calzada-Logroño: Santos Jerónimo Hermosilla y Valentín de Berriochoa, obispos, y mártires (MO).
Agustinos, Madrid, Getafe y Toledo: San Alonso de Orozco, presbítero (MO). Sevilla: (ML).
Escolapias: Beatas María Baldillou y compañeras, mártires (MO). Escolapios: (ML).
OFM Cap.: San Francisco María de Camporroso, religioso (ML).
Ávila: Aniversario de la ordenación episcopal de Mons. Jesús García Burillo, obispo, emérito (1998).
Tarragona: Aniversario de la ordenación episcopal de Mons. Jaume Pujol Balcells, arzobispo, emérito (2004).
Ourense: Aniversario de la muerte de Mons. Ángel Temiño Saiz, obispo (1991).

TEXTOS MISA

Misa de la feria: del XXV Domingo del T. Ordinario (o de otro Domingo del T. Ordinario).

Misa de la memoria:19 de septiembre
San Jenaro, obispo y mártir.

La oración colecta es propia, el resto está tomado del común de mártires: I. Fuera del tiempo pascual, B. Para un mártir 1.

Antífona de entrada
Este santo luchó hasta la muerte en defensa de la ley de Dios y no temió las palabras de los malvados: estaba cimentado sobre roca firme.
Iste sanctus pro lege Dei sui certávit usque ad mortem, et a verbis impiórum non tímuit; fundátus enim erat supra firmam petram.
O bien: Cf. Sab 10, 12
El Señor lo puso en un duro combate, para que venciera, pues la sabiduría es más fuerte que todo.
Certámen forte dedit illi Dóminus, ut víncere sciret, quóniam ómnium poténtior est sapiéntia.

Monición de entrada
Conmemoramos hoy a san Jenaro, obispo de Benevento (Italia), mártir, que siguió las huellas de Cristo Pastor en su pasión y su gloria durante la persecución de Diocleciano, en el siglo IV.

Oración colecta
Oh, Dios, que nos permites venerar la memoria de tu mártir san Jenaro, concédenos gozar de su compañía en la felicidad eterna. Por nuestro Señor Jesucristo.
Deus, qui nos concédis beáti Ianuárii mártyris memóriam venerári, da nobis in aetérna beatitúdine de eius societáte gaudére. Per Dóminum.

LITURGIA DE LA PALABRA
Lecturas del Lunes de la XXV semana del Tiempo Ordinario, año par (Lec. III-par).

PRIMERA LECTURA Prov 3, 27-34
El Señor detesta al perverso
Lectura del libro de los Proverbios.

Hijo mío:
No niegues un favor a quien lo necesita,
si está en tu mano concedérselo.
Si tienes, no digas al prójimo:
«Anda, vete; mañana te lo daré».
No trames daños contra tu prójimo,
mientras vive confiado a tu lado;
no pleitees con nadie sin motivo,
si no te ha hecho daño alguno;
no envidies al hombre violento,
ni trates de imitar su conducta,
porque el Señor detesta al perverso
y pone su confianza en los honrados;
el Señor maldice la casa del malvado
y bendice la morada del justo;
el Señor se burla de los burlones
y concede su gracia a los humildes.

Palabra de Dios.
R. Te alabamos, Señor.

Salmo responsorial Sal 14, 2-3a. 3bc-4ab. 5 (R.: cf. 1)
R. El justo habite en tu monte santo, Señor.
Iustus requiéscet in monte sancto tuo, Dómine.

V. El que procede honradamente
y practica la justicia,
el que tiene intenciones leales
y no calumnia con su lengua.
R. El justo habite en tu monte santo, Señor.
Iustus requiéscet in monte sancto tuo, Dómine.

V. El que no hace mal a su prójimo
ni difama al vecino.
El que considera despreciable al impío
y honra a los que temen al Señor.
R. El justo habite en tu monte santo, Señor.
Iustus requiéscet in monte sancto tuo, Dómine.

V. El que no presta dinero a usura
ni acepta soborno contra el inocente.
El que así obra nunca fallará.
R. El justo habite en tu monte santo, Señor.
Iustus requiéscet in monte sancto tuo, Dómine.

Aleluya Mt 5, 16
R. Aleluya, aleluya, aleluya.
V. Brille así vuestra luz ante los hombres, para que vean vuestras buenas obras y den gloria a vuestro Padre. R.
Sic lúceat lux vestra coram homínibus, ut vídeant ópera vestra bona et gloríficent Patrem vestrum.

EVANGELIO Lc 8, 16-18
La lámpara se pone en el candelero para que los que entren vean la luz
 Lectura del santo Evangelio según san Lucas.
R. Gloria a ti, Señor.

En aquel tiempo, dijo Jesús al gentío:
«Nadie que ha encendido una lámpara, la tapa con una vasija o la mete debajo de la cama, sino que la pone en el candelero para que los que entren vean la luz.
Pues nada hay oculto que no llegue a descubrirse ni nada secreto que no llegue a saberse y hacerse público.
Mirad, pues, cómo oís, pues al que tiene se le dará y al que no tiene se le quitará hasta lo que cree tener».

Palabra del Señor.
R. Gloria a ti, Señor Jesús.

Del Papa Francisco, Homilía en santa Marta 19-septiembre-2016
Dejar que salga la luz de la fe, hacerla brillar ante los hombres, acabamos de leer en el Evangelio de hoy (Lc 8, 16-18). Pero hay peligros que amenazan apagarla, y hay que protegerla. Proteger la luz es proteger algo que se nos ha dado como don, y si somos luminosos, lo somos en ese sentido: en el de haber recibido el don de la luz el día del Bautismo. En los primeros siglos de la Iglesia, como todavía hoy en algunas Iglesias orientales, al Bautismo se le llamaba la Iluminación.
Esa luz no se puede tapar. Si la tapas te vuelves tibio, o simplemente un cristiano de nombre. La luz de la fe es luz de verdad, la que nos da Jesús en el Bautismo, no es una luz artificial. Es una luz mansa, serena, que nunca se apaga. 

Oración de los fieles
Ferias del Tiempo Ordinario XLIV

Elevemos, hermanos, fervientes oraciones a Dios, nuestro Padre.
- Para que proteja y guíe a su Iglesia santa. Roguemos al Señor.
- Para que el Señor llene de su gracia a los obispos, sacerdotes y ministros. Roguemos al Señor.
- Para que conceda a todo el mundo la justicia y la paz. Roguemos al Señor.
- Para que socorra a los que están en algún peligro. Roguemos al Señor.
- Para que a nosotros mismos nos conforte y conserve en su servicio. Roguemos al Señor.
Te pedimos, Dios de bondad, que te muestres favorable a las oraciones de los que te suplican. Por Jesucristo, nuestro Señor.

Misa de la memoria:
Oración sobre las ofrendas
Santifica con la eficacia de tu bendición, Señor, estos dones que, por tu gracia, han de encender en nosotros aquel fuego de tu amor que dio fuerza a san N., para vencer todos los tormentos corporales. Por Jesucristo, nuestro Señor.
Obláta múnera, quaesumus, Dómine, tua benedictióne sanctífica, quae, te donánte, nos illa flamma tuae dilectiónis accéndat, per quam sanctus N. torménta sui córporis univérsa devícit. Per Christum.
O bien:
Acepta, Señor, los dones que te presentamos en la memoria de tu mártir san N. para que sean ofrenda tan grata a tu majestad como preciosa fue su sangre derramada. Por Jesucristo, nuestro Señor.
Accépta tibi sint, quaesumus, Dómine, múnera, quae in commemoratióne beáti mártyris tui N. deférimus, ut eo maiestáti tuae sint plácita, sicut illíus effúsio sánguinis apud te éxstitit pretiósa. Per Christum.

PREFACIO COMÚN V
PROCLAMACIÓN DEL MISTERIO DE CRISTO
En verdad es justo y necesario, es nuestro deber y salvación darte gracias siempre y en todo lugar, Señor, Padre santo, Dios todopoderoso y eterno, por Cristo, Señor nuestro.
Porque con amor celebramos su muerte, con fe viva proclamamos su resurrección, y con firme esperanza anhelamos su venida gloriosa.
Por eso, con los santos y todos los ángeles, te alabamos, proclamando sin cesar:

Vere dignum et iustum est, aequum et salutáre, nos tibi semper et ubíque grátias ágere: Dómine, sancte Pater, omnípotens aetérne Deus: per Christum Dóminum nostrum.
Cuius mortem in caritáte celebrámus, resurrectiónem fide vívida confitémur, advéntum in glória spe firmíssima praestolámur.
Et ídeo, cum Sanctis et Angelis univérsis, te collaudámus, sine fine dicéntes:

Santo, Santo, Santo...

PLEGARIA EUCARÍSTICA II

Antífona de comunión Cf. Mt 16, 24
Si alguno quiere venir en pos de mí, que se niegue a sí mismo, tome su cruz y me siga, dice el Señor.
Qui vult veníre post me, ábneget semetípsum, et tollat crucem suam, et sequátur me, dicit Dóminus.
O bien: Cf. Mt 10, 39
El que pierda su vida por mí, la encontrará para siempre, dice el Señor.
Qui perdíderit ánimam suam propter me, dicit Dóminus, invéniet eam in aetérnum.

Oración después de la comunión
Te pedimos, Señor, que los sacramentos recibidos nos den aquella fortaleza de espíritu que hizo a tu mártir san N. fiel en tu servicio y victorioso en el martirio. Por Jesucristo, nuestro Señor.
Praestent nobis, quaesumus, Dómine, sacra mystéria quae súmpsimus eam ánimi fortitúdinem, quae beátum N. mártyrem tuum réddidit in tuo servítio fidélem et in passióne victórem. Per Christum.

MARTIROLOGIO

Elogios del 20 de septiembre
Memoria de los santos Andrés Kim Taegon, presbítero, Pablo Chong Hasang y compañeros*, mártires en Corea. Se veneran este día en común celebración todos los ciento tres mártires que en aquel país testificaron intrépidamente la fe cristiana, introducida fervientemente por algunos laicos, y después alimentada y reafirmada por la predicación y celebración de los sacramentos por medio de los misioneros. Todos estos atletas de Cristo —tres obispos, ocho presbíteros, y los restantes laicos, casados o no, ancianos, jóvenes y niños—, unidos en el suplicio, consagraron con su sangre preciosa las primicias de la Iglesia en Corea. (1839-1867)
*Estos son sus nombres: santos Simeón Berneux, Antonio Daveluy, Lorenzo Imbert, obispos; Justo Ranfer de Bretenières, Ludovico Beaulieu, Pedro Enrique Dorie, Padro Maubant, Jacobo Chastan, Pedro Aumaître, Martín Lucas Huin, presbíteros; Juan Yi Yun-il, Andrés Chong Hwa-gyong, Esteban Min Kuk-ka, Pablo Ho Hyob, Agustín Pak Chong-won, Pedro Hong Pyong-ju, Pablo Hong Yông-ju, José Chang Chu-gi, Tomás Son Cha-son, Lucas Hwang Sok-tu, Damián Nam Myong-hyog, Francisco Ch’oe Kyong-hwan, Carlos Hyon Song-mun, Lorenzo Han I-hyong, Pedro Nam Kyong-mun, Agustín Yu Chin-gil, Pedro Yi Ho-yong, Pedro Son Son-ji, Benedicta Hyon Kyong-nyon, Pedro Ch’oe Ch’ang-hub, catequistas; Agueda Yi, María Yi In-dog, Bárbara Yi, María Won Kwi-im, Teresa Kim Im-i, Columba Kim Hyo-im, Magdalena Cho, Isabel Chong Chong-hye, vírgenes; Teresa Kim, Bárbara Kim, Susana U Sur-im, Agueda Yi Kan-nan, Magdalena Pak Pong-son, Perpetua Hong Kum-ju, Catalina Yi, Cecilia Yu Sosa, Bárbara Cho Chung-i, Magdalena Han Yong-i, viudas; Magdalena Son So-byog, Agueda Yi Kyong-i, Agueda Kwon Chin-i, Juan Yi Mun-u, Bárbara Ch’oe Yong-i, Pedro Yu Chong-nyul, Juan Bautista Nam Chong-sam, Juan Bautista Chon Chang-un, Pedro Ch’oe Hyong, Marcos Chong Ui-bae, Alejo U Se-yong, Antonio Kim Song-u, Protasio Chong Kuk-bo, Agustín Yi Kwang-hon, Agueda Kim A-gi, Magdalena Kim O-bi, Bárbara Han A-gi, Ana Pak Ag-i, Agueda Yi So-sa, Lucía Pak Hui-sun, Pedro Kwon Tu-gin, José Chang Song-jib, Magdalena Yi Yong-hui, Teresa Yi Mae-im, Marta Kim Song-im, Lucía Kim, Rosa Kim, Ana Kim Chang-gum, Juan Bautista Yi Kwang-nyol, Juan Pak Hu-jae, María Pak Kun-a-gi Hui-sun, Bárbara Kwon-hui, Bárbara Yi Chong-hui, María Yi Yon-hui, Inés Kim Hyo-ju, Catalina Chong Ch’or-yom, José Im Ch’i-baeg, Sebastián Nam I-gwan, Ignacio Kim Che-jun, Carlos Cho Shin-ch’ol, Julita Kim, Águeda Chong Kyong-hyob, Magdalena Ho Kye-im, Lucía Kim, Pedro Yu Taech’ol, Pedro Cho Hwa-so, Pedro Yi Myong-so, Bartolomé Chong Mun-ho, José Pedro Han Chae-kwon, Pedro Chong Won-ji, José Cho Yun-ho, Bárbara Ko Sun-i y Magdalena Yi Yong-dog.
2. En Sinnada, lugar de Frigia, hoy Turquía, san Dorimedonte, mártir. (s. III)
3. En Roma, conmemoración de san Eustaquio, mártir, cuyo nombre se venera en una antigua iglesia diaconal de la Urbe. (s. inc.)
4. En Constantinopla, actual Estambul, en Turquía, santos mártires Hipacio y Asiano, obispos, y Andrés, presbítero, que, por venerar las sagradas imágenes, después de crueles y graves tormentos fueron entregados, como alimento, a los perros, bajo el mandato de León Isáurico. (c. 740)
5*. Próximo a la localidad de Arco, en la región de Trento, en Italia, beato Adelpreto, obispo, valeroso tutor de pobres y defensor de la libertad de la Iglesia, que, acechado por los enemigos, murió cruelmente herido. (1172)
6*. En Londres, en Inglaterra, beato Tomás Johnson, presbítero de la Cartuja de esta ciudad y mártir, que, reinando Enrique VIII, por su fidelidad a la Iglesia fue encarcelado en la prisión de Newport, donde murió de hambre y enfermedad en noveno lugar entre el número de sus hermanos religiosos. (1537)
7*. En Córdoba, en España, beato Francisco de Posadas, presbítero de la Orden de Predicadores, que durante cuarenta años predicó a Cristo en su región y sobresalió por su humildad y caridad. (1713)
8. En la ciudadela de Són-Tây, en Tonkín, hoy Vietnam, pasión de san Juan Carlos Cornay, presbítero de la Sociedad de Misiones Extranjeras de París y mártir, que a causa de su confesión cristiana, después de sufrir crueles suplicios, por orden del emperador Minh Mang murió seccionado y decapitado. (1837)
9. En Seúl, en Corea, santos Lorenzo Han I-hyong, catequista, y seis compañeros*, todos mártires, que sufrieron el suplicio por Cristo, ahorcados en diversas cárceles. Su memoria se celebra hoy juntamente con los demás mártires de estas regiones. (1837)
*Sus nombres: santos Pedro Nam Kyong-mun, catequista; Teresa Kim Im-i, virgen; Susana U Sur-im y Agueda Yi Kan-nan, viudas; Catalina Chong Ch‘or-yom y José Im Ch’i-baeg, bautizado en la cárcel.
10. En el lugar llamado Puebla, en México, beato José María de Yermo y Parres, presbítero, fundador de la Congregación de Siervas del Sagrado Corazón de Jesús y de los Pobres, con el fin de ayudar a los abandonados con necesidades espirituales y corporales. (1904)
San Gaetano Catanoso (1879-1963), Sacerdote diocesano, Fundador en Reggio Calabria de la Congregación de las Hermanas Verónicas del Santo Rostro, para la asistencia a los pobres y los marginados.
Beata María Teresa de San José (Sittard, Holanda 1855-1938). Virgen, fundadora de las religiosas Carmelitas del Divino Corazón de Jesús.

Papa Benedicto XVI, Videomensaje a los participantes en un retiro sacerdotal internacional (3-octubre-2009).

VIDEOMENSAJE DEL SANTO PADRE BENEDICTO XVI

A LOS PARTICIPANTES EN UN RETIRO SACERDOTAL INTERNACIONAL 

(ARS, 27 DE SEPTIEMBRE - 3 DE OCTUBRE DE 2009)

Lunes 28 de septiembre de 2009


Queridos hermanos en el sacerdocio:


Como podéis imaginar fácilmente, me habría sentido muy feliz de poder estar con vosotros en este retiro sacerdotal internacional sobre el tema: "La alegría del sacerdote consagrado para la salvación del mundo". Estáis participando en gran número y os beneficiáis de las enseñanzas del cardenal Christoph Schönborn. Lo saludo cordialmente, así como a los demás predicadores y al obispo de Belley-Ars, monseñor Guy-Marie Bagnard. Debo contentarme con dirigiros este mensaje grabado, pero —creedme— con estas pocas palabras os hablo a cada uno de vosotros de la manera más personal posible, pues, como dice san Pablo: "Os llevo en el corazón, partícipes como sois de mi gracia" (Flp 1, 7).


San Juan María Vianney subrayaba el papel indispensable del sacerdote, cuando decía: "Un buen pastor, un pastor según el Corazón de Dios, es el tesoro más grande que el buen Dios puede conceder a una parroquia, y uno de los dones más preciosos de la misericordia divina" (Le curé d'Ars. Pensées, presentados por el abad Bernard Nodet, ed. Desclée de Brouwer, Foi Vivante 2000, p. 101). En este Año sacerdotal, todos estamos llamados a explorar y redescubrir la grandeza del sacramento que nos ha configurado para siempre a Cristo sumo Sacerdote y nos ha "santificado en la verdad" (Jn 17, 19) a todos.


Elegido de entre los hombres, el sacerdote sigue siendo uno de ellos y está llamado a servirles entregándoles la vida de Dios. Es él quien "continúa la obra de la redención en la tierra" (Nodet, p. 98). Nuestra vocación sacerdotal es un tesoro que llevamos en vasijas de barro (cf. 2 Co 4, 7). San Pablo expresó felizmente la infinita distancia que existe entre nuestra vocación y la pobreza de las respuestas que podemos dar a Dios. Desde este punto de vista existe un vínculo secreto que une el Año paulino y el Año sacerdotal. Todavía conservamos en lo más íntimo de nuestro corazón la exclamación conmovedora y confiada del Apóstol, que dice: "Cuando soy débil, entonces es cuando soy fuerte" (2 Co 12, 10). La conciencia de esta debilidad abre a la intimidad de Dios, que da fuerza y alegría. Cuanto más persevera el sacerdote en la amistad de Dios, tanto más continuará la obra del Redentor en la tierra (cf. Nodet, p. 98). El sacerdote ya no vive para sí mismo, sino para todos (cf. Nodet, p. 100).


Este es precisamente uno de los mayores desafíos de nuestro tiempo. El sacerdote, ciertamente hombre de la Palabra divina y de lo sagrado, debe ser hoy más que nunca hombre de alegría y de esperanza. A los hombres que ya no pueden concebir que Dios sea Amor puro él dirá siempre que la vida vale la pena vivirla, y que Cristo le da todo su sentido porque ama a los hombres, a todos los hombres. La religión del cura de Ars es una religión de la felicidad, no una búsqueda morbosa de la mortificación, como a veces se ha creído: "Nuestra felicidad es demasiado grande; no, no, nunca podremos comprenderlo" (Nodet, p. 110), decía, y también: "Cuando estamos en camino y divisamos un campanario, esta vista debe hacer latir nuestro corazón como la vista de la casa donde habita su amado hace latir el corazón de la esposa" (ib.).


Aquí quiero saludar con un afecto particular a aquellos de vosotros que tienen el encargo pastoral de varias iglesias y que se prodigan sin escatimar esfuerzos para mantener la vida sacramental en sus diferentes comunidades. El reconocimiento de la Iglesia hacia todos vosotros es inmenso. No os desalentéis, sino seguid rezando y haciendo rezar para que numerosos jóvenes acepten responder a la llamada de Cristo, que no deja de querer que aumente el número de sus apóstoles para segar sus campos.


Queridos sacerdotes, pensad también en la gran diversidad de los ministerios que ejercéis al servicio de la Iglesia. Pensad en el gran número de misas que habéis celebrado o celebraréis, haciendo cada vez realmente presente a Cristo sobre el altar. Pensad en las innumerables absoluciones que habéis dado y que daréis, permitiendo a un pecador dejarse redimir. Entonces percibís la fecundidad infinita del sacramento del Orden. Vuestras manos, vuestros labios, se han convertido, por un instante, en las manos y los labios de Dios. Lleváis a Cristo en vosotros; por gracia habéis entrado en la Santísima Trinidad. Como decía el santo cura: "Si se tuviera fe, se vería a Dios escondido en el sacerdote como una luz detrás de un cristal, como un vino mezclado con agua" (Nodet, p. 97). Esta consideración debe llevar a armonizar las relaciones entre los sacerdotes con el fin de realizar la comunidad sacerdotal a la que exhortaba san Pedro (cf. 1 P 2, 9) para construir el cuerpo de Cristo y edificaros en el amor (cf. Ef 4, 11-16).


El sacerdote es el hombre del futuro: es aquel que se ha tomado en serio las palabras de san Pablo: "Si habéis resucitado con Cristo, buscad las cosas de arriba" (Col 3, 1). Lo que hace en la tierra forma parte de los medios ordenados al Fin último. La misa es el único punto de unión entre los medios y el Fin, pues nos permite contemplar ya, bajo las humildes especies del pan y del vino, el Cuerpo y la Sangre de Aquel a quien adoraremos en la eternidad. Las frases sencillas y densas del santo cura sobre la Eucaristía nos ayudan a percibir mejor la riqueza de este momento único de la jornada en el que vivimos un cara a cara vivificante para nosotros mismos y para cada uno de los fieles. "La felicidad que hay en decir la misa —escribió— sólo se comprenderá en el cielo" (Nodet, p. 104). Por eso, os animo a reforzar vuestra fe y la de los fieles en el Sacramento que celebráis y que es la fuente de la verdadera alegría. El santo de Ars escribió: "El sacerdote debe sentir la misma alegría (de los Apóstoles) al ver a nuestro Señor, al que tiene entre las manos" (ib.).


Agradeciéndoos lo que sois y lo que hacéis, os repito: "Nada sustituirá jamás el ministerio de los sacerdotes en la vida de la Iglesia" (Homilía durante la misa del 13 de septiembre de 2008 en la Explanada de los Inválidos, en París: L'Osservatore Romano, edición en lengua española, 19 de septiembre de 2008, p. 11). Testigos vivos del poder de Dios que actúa en la debilidad de los hombres, consagrados para la salvación del mundo, habéis sido elegidos, mis queridos hermanos, por Cristo mismo para ser, gracias a él, sal de la tierra y luz del mundo. Os deseo que, durante este retiro espiritual, experimentéis de modo profundo al Íntimo inenarrable (san Agustín, Confesiones, III, 6, 11) para estar perfectamente unidos a Cristo a fin de anunciar su amor a vuestro alrededor y de entregaros totalmente al servicio de la santificación de todos los miembros del pueblo de Dios. Encomendándoos a la Virgen María, Madre de Cristo y de los sacerdotes, os imparto a todos mi bendición apostólica.













Papa Benedicto XVI, Mensaje para la Jornada mundial de oración por las Vocaciones (3-mayo-2009).

MENSAJE DEL SANTO PADRE BENEDICTO XVI
PARA LA XLVI JORNADA MUNDIAL DE ORACIÓN POR LAS VOCACIONES.

3 DE MAYO DE 2009 – IV DOMINGO DE PASCUA

Tema: «La confianza en la iniciativa de Dios y la respuesta humana»

Venerados Hermanos en el Episcopado y en el Sacerdocio,
Queridos hermanos y hermanas

Con ocasión de la próxima Jornada Mundial de oración por las vocaciones al sacerdocio y a la vida consagrada, que se celebrará el 3 de mayo de 2009, Cuarto Domingo de Pascua, me es grato invitar a todo el pueblo de Dios a reflexionar sobre el tema: La confianza en la iniciativa de Dios y la respuesta humana. Resuena constantemente en la Iglesia la exhortación de Jesús a sus discípulos: «Rogad al dueño de la mies, que envíe obreros a su mies» (Mt 9, 38). ¡Rogad! La apremiante invitación del Señor subraya cómo la oración por las vocaciones ha de ser ininterrumpida y confiada. De hecho, la comunidad cristiana, sólo si efectivamente está animada por la oración, puede «tener mayor fe y esperanza en la iniciativa divina» (Exhort. ap. postsinodal Sacramentum caritatis, 26).

La vocación al sacerdocio y a la vida consagrada constituye un especial don divino, que se sitúa en el amplio proyecto de amor y de salvación que Dios tiene para cada hombre y la humanidad entera. El apóstol Pablo, al que recordamos especialmente durante este Año Paulino en el segundo milenio de su nacimiento, escribiendo a los efesios afirma: «Dios, Padre de nuestro Señor Jesucristo, nos ha bendecido en la persona de Cristo, con toda clase de bienes espirituales y celestiales. Él nos eligió en la persona de Cristo antes de crear el mundo, para que fuésemos santos e irreprochables ante Él por el amor» (Ef 1, 3-4). En la llamada universal a la santidad destaca la peculiar iniciativa de Dios, escogiendo a algunos para que sigan más de cerca a su Hijo Jesucristo, y sean sus ministros y testigos privilegiados. El divino Maestro llamó personalmente a los Apóstoles «para que lo acompañaran y para enviarlos a predicar, con poder para expulsar demonios» (Mc 3,14-15); ellos, a su vez, se asociaron con otros discípulos, fieles colaboradores en el ministerio misionero. Y así, respondiendo a la llamada del Señor y dóciles a la acción del Espíritu Santo, una multitud innumerable de presbíteros y de personas consagradas, a lo largo de los siglos, se ha entregado completamente en la Iglesia al servicio del Evangelio. Damos gracias al Señor porque también hoy sigue llamando a obreros para su viña. Aunque es verdad que en algunas regiones de la tierra se registra una escasez preocupante de presbíteros, y que dificultades y obstáculos acompañan el camino de la Iglesia, nos sostiene la certeza inquebrantable de que el Señor, que libremente escoge e invita a su seguimiento a personas de todas las culturas y de todas las edades, según los designios inescrutables de su amor misericordioso, la guía firmemente por los senderos del tiempo hacia el cumplimiento definitivo del Reino.

Nuestro primer deber ha de ser por tanto mantener viva, con oración incesante, esa invocación de la iniciativa divina en las familias y en las parroquias, en los movimientos y en las asociaciones entregadas al apostolado, en las comunidades religiosas y en todas las estructuras de la vida diocesana. Tenemos que rezar para que en todo el pueblo cristiano crezca la confianza en Dios, convencido de que el «dueño de la mies» no deja de pedir a algunos que entreguen libremente su existencia para colaborar más estrechamente con Él en la obra de la salvación. Y por parte de cuantos están llamados, se requiere escucha atenta y prudente discernimiento, adhesión generosa y dócil al designio divino, profundización seria en lo que es propio de la vocación sacerdotal y religiosa para corresponder a ella de manera responsable y convencida. El Catecismo de la Iglesia Católica recuerda oportunamente que la iniciativa libre de Dios requiere la respuesta libre del hombre. Una respuesta positiva que presupone siempre la aceptación y la participación en el proyecto que Dios tiene sobre cada uno; una respuesta que acoja la iniciativa amorosa del Señor y llegue a ser para todo el que es llamado una exigencia moral vinculante, una ofrenda agradecida a Dios y una total cooperación en el plan que Él persigue en la historia (cf. n. 2062).

Contemplando el misterio eucarístico, que expresa de manera sublime el don que libremente ha hecho el Padre en la Persona del Hijo Unigénito para la salvación de los hombres, y la plena y dócil disponibilidad de Cristo hasta beber plenamente el «cáliz» de la voluntad de Dios (cf. Mt 26, 39), comprendemos mejor cómo «la confianza en la iniciativa de Dios» modela y da valor a la «respuesta humana». En la Eucaristía, don perfecto que realiza el proyecto de amor para la redención del mundo, Jesús se inmola libremente para la salvación de la humanidad. «La Iglesia –escribió mi amado predecesor Juan Pablo II– ha recibido la Eucaristía de Cristo, su Señor, no sólo como un don entre otros muchos, aunque sea muy valioso, sino como el don por excelencia, porque es don de sí mismo, de su persona en su santa humanidad y, además, de su obra de salvación» (Enc. Ecclesia de Eucharistia, 11).

Los presbíteros, que precisamente en Cristo eucarístico pueden contemplar el modelo eximio de un «diálogo vocacional» entre la libre iniciativa del Padre y la respuesta confiada de Cristo, están destinados a perpetuar ese misterio salvífico a lo largo de los siglos, hasta el retorno glorioso del Señor. En la celebración eucarística es el mismo Cristo el que actúa en quienes Él ha escogido como ministros suyos; los sostiene para que su respuesta se desarrolle en una dimensión de confianza y de gratitud que despeje todos los temores, incluso cuando aparece más fuerte la experiencia de la propia flaqueza (cf. Rm 8, 26-30), o se hace más duro el contexto de incomprensión o incluso de persecución (cf. Rm 8, 35-39).

El convencimiento de estar salvados por el amor de Cristo, que cada Santa Misa alimenta a los creyentes y especialmente a los sacerdotes, no puede dejar de suscitar en ellos un confiado abandono en Cristo que ha dado la vida por nosotros. Por tanto, creer en el Señor y aceptar su don, comporta fiarse de Él con agradecimiento adhiriéndose a su proyecto salvífico. Si esto sucede, «la persona llamada» lo abandona todo gustosamente y acude a la escuela del divino Maestro; comienza entonces un fecundo diálogo entre Dios y el hombre, un misterioso encuentro entre el amor del Señor que llama y la libertad del hombre que le responde en el amor, sintiendo resonar en su alma las palabras de Jesús: «No sois vosotros los que me habéis elegido, soy yo quien os he elegido, y os he destinado para que vayáis y deis fruto, y vuestro fruto dure» (Jn 15, 16).

Ese engarce de amor entre la iniciativa divina y la respuesta humana se presenta también, de manera admirable, en la vocación a la vida consagrada. El Concilio Vaticano II recuerda: «Los consejos evangélicos de castidad consagrada a Dios, pobreza y obediencia tienen su fundamento en las palabras y el ejemplo del Señor. Recomendados por los Apóstoles, por los Padres de la Iglesia, los doctores y pastores, son un don de Dios, que la Iglesia recibió de su Señor y que con su gracia conserva siempre» (Lumen gentium, 43). Una vez más, Jesús es el modelo ejemplar de adhesión total y confiada a la voluntad del Padre, al que toda persona consagrada ha de mirar. Atraídos por Él, desde los primeros siglos del cristianismo, muchos hombres y mujeres han abandonado familia, posesiones, riquezas materiales y todo lo que es humanamente deseable, para seguir generosamente a Cristo y vivir sin ataduras su Evangelio, que se ha convertido para ellos en escuela de santidad radical. Todavía hoy muchos avanzan por ese mismo camino exigente de perfección evangélica, y realizan su vocación con la profesión de los consejos evangélicos. El testimonio de esos hermanos y hermanas nuestros, tanto en monasterios de vida contemplativa como en los institutos y congregaciones de vida apostólica, le recuerda al pueblo de Dios «el misterio del Reino de Dios que ya actúa en la historia, pero que espera su plena realización en el cielo» (Juan Pablo II, Exhort. ap. postsinodal Vita consecrata, 1).

¿Quién puede considerarse digno de acceder al ministerio sacerdotal? ¿Quién puede abrazar la vida consagrada contando sólo con sus fuerzas humanas? Una vez más conviene recordar que la respuesta del hombre a la llamada divina, cuando se tiene conciencia de que es Dios quien toma la iniciativa y a Él le corresponde llevar a término su proyecto de salvación, nunca se parece al cálculo miedoso del siervo perezoso que por temor esconde el talento recibido en la tierra (cf. Mt 25, 14-30), sino que se manifiesta en una rápida adhesión a la invitación del Señor, como hizo Pedro, que no dudó en echar nuevamente las redes pese a haber estado toda la noche faenando sin pescar nada, confiando en su palabra (cf. Lc 5, 5). Sin abdicar en ningún momento de la responsabilidad personal, la respuesta libre del hombre a Dios se transforma así en «corresponsabilidad», en responsabilidad en y con Cristo, en virtud de la acción de su Espíritu Santo; se convierte en comunión con quien nos hace capaces de dar fruto abundante (cf. Jn 15, 5).

Emblemática respuesta humana, llena de confianza en la iniciativa de Dios, es el «Amén» generoso y total de la Virgen de Nazaret, pronunciado con humilde y decidida adhesión a los designios del Altísimo, que le fueron comunicados por un mensajero celestial (cf. Lc 1, 38). Su «sí» inmediato le permitió convertirse en la Madre de Dios, la Madre de nuestro Salvador. María, después de aquel primer «fiat», que tantas otras veces tuvo que repetir, hasta el momento culminante de la crucifixión de Jesús, cuando «estaba junto a la cruz», como señala el evangelista Juan, siendo copartícipe del dolor atroz de su Hijo inocente. Y precisamente desde la cruz, Jesús moribundo nos la dio como Madre y a Ella fuimos confiados como hijos (cf. Jn 19, 26-27), Madre especialmente de los sacerdotes y de las personas consagradas. Quisiera encomendar a Ella a cuantos descubren la llamada de Dios para encaminarse por la senda del sacerdocio ministerial o de la vida consagrada.

Queridos amigos, no os desaniméis ante las dificultades y las dudas; confiad en Dios y seguid fielmente a Jesús y seréis los testigos de la alegría que brota de la unión íntima con Él. A imitación de la Virgen María, a la que llaman dichosa todas las generaciones porque ha creído (cf. Lc 1, 48), esforzaos con toda energía espiritual en llevar a cabo el proyecto salvífico del Padre celestial, cultivando en vuestro corazón, como Ella, la capacidad de asombro y de adoración a quien tiene el poder de hacer «grandes cosas» porque su Nombre es santo (Cf. Lc 1, 49).

Vaticano, 20 de enero de 2009

BENEDICTO XVI

Papa Benedicto XVI, Mensaje a un curso de la Penitenciaría Apostólica sobre el fuero interno (12-marzo 2009).

 MENSAJE DEL SANTO PADRE BENEDICTO XVI

A LOS PARTICIPANTES EN EL CURSO DE LA PENITENCIARÍA APOSTÓLICA SOBRE EL FUERO INTERNO

Al venerado hermano
Señor cardenal
James Francis Stafford
Penitenciario mayor

De buen grado, también este año, me dirijo con afecto a usted, señor cardenal, y a los queridos participantes en el curso sobre el fuero interno, organizado por la Penitenciaría apostólica y que ha llegado ya a su XX edición. Saludo a todos con afecto, comenzando por usted, venerado hermano. Extiendo mi saludo y agradecimiento al regente, al personal de la Penitenciaría, a los organizadores de este encuentro, así como a los religiosos de diversas Órdenes que administran el sacramento de la Penitencia en las basílicas papales de Roma.

Esta benemérita iniciativa pastoral vuestra, que atrae cada vez más interés y atención, como lo atestigua el número de cuantos participan en ella, constituye un seminario singular de actualización pastoral, cuyos resultados no confluirán, como en las Actas de otros congresos, sólo en una publicación específica, sino que se convertirán en materiales útiles a los participantes para proporcionar respuestas adecuadas a cuantos encuentren durante la administración del sacramento de la Penitencia. En nuestro tiempo una de las prioridades pastorales es sin duda formar rectamente la conciencia de los creyentes porque por desgracia, como he reafirmado en otras ocasiones, en la medida en que se pierde el sentido del pecado, aumentan los sentimientos de culpa, que se quisiera eliminar con remedios paliativos insuficientes. A la formación de las conciencias contribuyen múltiples y valiosos instrumentos espirituales y pastorales que es preciso valorar cada vez más; entre ellos hoy me limito a señalar brevemente la catequesis, la predicación, la homilía, la dirección espiritual, el sacramento de la Reconciliación y la celebración de la Eucaristía.

Ante todo, la catequesis. Como todos los sacramentos, también el de la Penitencia requiere una catequesis previa y una catequesis mistagógica para profundizar el sacramento "per ritus et preces", como lo subraya bien la constitución sobre la liturgia Sacrosanctum Concilium del Vaticano II (cf. n. 48). Una catequesis adecuada da una contribución concreta a la educación de las conciencias estimulándolas a percibir cada vez mejor el sentido del pecado, hoy en parte apañado o, peor, oscurecido por un modo de pensar y de vivir "etsi Deus non daretur", según la conocida expresión de Grocio, que ha vuelto a tener gran actualidad y que denota un relativismo cerrado al verdadero sentido de la vida.

Además de la catequesis hace falta un sabio uso de la predicación, que en la historia de la Iglesia ha asumido formas diversas según la mentalidad y las necesidades pastorales de los fieles. También hoy, en nuestras comunidades se practican estilos diversos de comunicación que utilizan cada vez más los medios telemáticos modernos que están a nuestra disposición. En efecto, los actuales medios de comunicación, aunque por una parte constituyen un desafío que se ha de afrontar, por otra brindan oportunidades providenciales para anunciar de modo nuevo y más cercano a las sensibilidades contemporáneas la perenne e inmutable Palabra de verdad que el divino Maestro ha confiado a su Iglesia.

La homilía, que con la reforma promovida por el concilio Vaticano II ha recuperado su papel "sacramental" dentro del único acto de culto constituido por la liturgia de la Palabra y la de la Eucaristía (cf. Sacrosanctum Concilium, 56), es sin duda la forma de predicación más generalizada, con la que cada domingo se educa la conciencia de millones de fieles. En el reciente Sínodo de los obispos, dedicado precisamente a la Palabra de Dios en la Iglesia, varios padres sinodales insistieron oportunamente en el valor y la importancia de la homilía, que es preciso adaptar a la mentalidad contemporánea.

También la "dirección espiritual" contribuye a formar las conciencias. Hoy más que nunca se necesitan "maestros de espíritu" sabios y santos: un importante servicio eclesial, para el que sin duda hace falta una vitalidad interior que debe implorarse como don del Espíritu Santo mediante una oración intensa y prolongada y una preparación específica que es necesario adquirir con esmero. Además, todo sacerdote está llamado a administrar la misericordia divina en el sacramento de la Penitencia, mediante el cual perdona los pecados en nombre de Cristo y ayuda al penitente a recorrer el camino exigente de la santidad con conciencia recta e informada. Para poder desempeñar ese ministerio indispensable, todo presbítero debe alimentar su propia vida espiritual y cuidar la actualización teológica y pastoral permanente.

Por último, la conciencia del creyente se afina cada vez más gracias a una devota y consciente participación en la santa misa, que es el sacrificio de Cristo para el perdón de los pecados. Cada vez que el sacerdote celebra la Eucaristía, en la Plegaria eucarística recuerda que la Sangre de Cristo fue derramada para el perdón de nuestros pecados, por lo cual, en la participación sacramental en el memorial del sacrificio de la cruz, se realiza el encuentro pleno de la misericordia del Padre con cada uno de nosotros.

Exhorto a los participantes en el curso a atesorar lo que han aprendido sobre el sacramento de la Penitencia. En los diversos ámbitos donde les toque vivir y trabajar, han de procurar mantener siempre viva en sí mismos la conciencia de que deben ser "ministros" dignos de la misericordia divina y educadores responsables de las conciencias. Han de inspirarse en el ejemplo de los santos confesores y maestros espirituales, entre los cuales quiero recordar en particular al cura de Ars, san Juan María Vianney, de cuya muerte precisamente este año recordamos el 150° aniversario. De él se ha escrito que "durante más de cuarenta años gobernó de modo admirable la parroquia a él confiada... con la predicación asidua, la oración y una vida de penitencia. Cada día, en la catequesis que impartía a niños y adultos, en la Reconciliación que administraba a los penitentes y en las obras impregnadas de la caridad ardiente que extraía de la sagrada Eucaristía como de una fuente, avanzó hasta tal punto que difundió en todas partes su consejo y acercó sabiamente a muchos a Dios" (Martirologio, 4 de agosto). He aquí un modelo al que mirar y un protector al que invocar cada día.

Por último, que vele sobre el ministerio sacerdotal de cada uno la Virgen María, a la que en el tiempo de Cuaresma invocamos y honramos como "discípula del Señor" y "Madre de reconciliación". Con estos sentimientos, a la vez que exhorto a cada uno a dedicarse con empeño al ministerio de las confesiones y de la dirección espiritual, le imparto de corazón mi bendición a usted, venerado hermano, a los presentes en el curso y a sus seres queridos.

Vaticano, 12 de marzo de 2009

BENEDICTUS PP. XVI